L’Arte di Clara Silvana Fiore

L'Arte di Clara Silvana Fiore

«Seria è la vita, serena è l’arte» diceva F. Schiller. Ma, la serenità dell’arte nasce dall’arte stessa o dalla realtà? In questa nostra «epoca delle passioni tristi», ben segnalata da M. Benasayag e G. Schmit, la serenità dell’arte non può sbocciare dalla serenità del pubblico fruitore ma, al contrario, «la serenità del pubblico nasce dalla serenità dell’arte». Viviamo in un’epoca, infatti, dominata da quelle che Spinoza chiamava “passioni tristi”. Una tristezza alimentata non dal dolore e dal pianto, ma dall’impotenza dell’uomo di fronte alla perdita di fiducia nell’evoluzione tecno-scientifica che non sembra più assicurare felicità né dissolvere le tenebre dell’incertezza. È la «tristezza del tramonto», della luce del sole che cede il posto a una luna offuscata dalla perdita dei valori supremi della vita e dell’anima dell’uomo quando questa, abitata da quell’Ospite inquietante, come recita il titolo di un libro di U. Galimberti, viene invasa dal “nichilismo”. Un nichilismo non più esistenziale o psicologico ma culturale, raffigurato dal tramonto della cultura, dal crollo della fiducia in un sapere olistico capace di illuminare le leggi del reale e della natura per poterli dominare. Lo scenario è evocato dallo stesso Galimberti in Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, dove si può avvertire la vertigine nichilistica dell’uomo desoggettivato. Il nuovo soggetto è la tecnica, l’homo technologicus, ne è il predicato. Sotto lo stesso cielo, opacizzato dalla corsa trionfale della tecno-scienza, non a caso convivono da una parte le filosofie utopiche del progresso, fondate sulla presunta onnipotenza dell’uomo e sulla promessa disattesa del paradiso sulla terra, dall’altra le filosofie apocalittiche della decadenza (della decadenza attraverso il progresso) per le quali il progresso non viene vissuto come conquista, bensì con la paura della perdita e dell’auto-annientamento dell’umanità e, quindi, con il terrore dell’inferno sulla terra.

Nel contempo, a parere di Odo Marquard, quella corsa trionfale dell’innovazione tecno-scientifica, che costringe l’uomo a proiettarsi verso il futuro per stare al passo con la continua trasformazione della realtà, tende ad essere antropologicamente compensata dal bisogno di passato, dall’esigenza di ri-vivere, in modo nuovo, i valori del passato, di soddisfare, per esempio, il bisogno di familiarità, di appagare il desiderio di intimità e di serenità. In quest’umanizzazione dell’homo technologicus e «nel disincanto della realtà rientra come compensazione lo sviluppo della soggettività in quanto sede di un fascino riparatore, il fascino estetico». Laddove la realtà si tinge di tristezza che infiacchisce e paralizza l’amore, la sua serenità emigra in quella parte della realtà che conserva tale serenità: l’arte. Non semplicemente l’arte in quanto tale, ma quell’arte che, nel tentativo di rendere il passato come ciò che vi è di più nuovo, riesce ad esorcizzare, anche accidentalmente, quell’«analfabetismo emotivo» e quell’insensatezza dell’esistenza dipinti con i colori tristi del nichilismo. Ciò significa, penso lo abbiate notato, una dichiarazione d’amore all’arte, e soprattutto a quell’arte che risarcisce la reificazione del mondo con la ri-nascita della coscienza estetica e dell’identità artistica. 

In questa dichiarazione d’amore si possono inscrivere, forse spingendomi oltre l’intentio auctoris, le opere d’arte di Clara Silvana Fiore che, insieme a molti altri artisti, lavora in modo individuale e al di fuori della forma mentis dell’avanguardia e dei vari movimenti considerati artisticamente più avanzati o che hanno manifestato gli atteggiamenti più innovativi verso l’arte.

L’artista ama dipingere soggetti tradizionali: paesaggi, natività, figura umana. Nei paesaggi dipinti si può cogliere lo sguardo innocente, vero e semplice dell’artista teso a celebrare la coniugazione tra la natura e l’uomo. Una coniugazione estetico-artistica che consacra l’amore per i luoghi semplici e quotidiani attraverso l’uso morbido dei colori primari, come il rosso, complementari, come il blu e l’arancio, e secondari come il viola. 

A ben vedere, c’è un mondo segreto in questi colori paesaggistici. I  paesaggi dipinti possono essere letti come luogo identitario di libertà: la libertà dell’artista che, contemplando e rappresentando la natura, si rivela come essere estetico emancipato dalla ratio utilitaristico-consumistica e dalla reificazione dell’uomo generata dal dominio della tecnica.  Ma c’è di più: questa libertà estetico-artistica di Clara Silvana Fiore, sia pur vissuta involontariamente, diventa anche il suggello della libertà della natura, della natura raffigurata e finalmente libera dalla brutalità dell’uomo. La natura da oggetto diventa soggetto. 

L’umanizzazione della natura, quest’armonia tra Uomo e Natura ─ che fin dall’antichità è stata celebrata dal mito di Orfeo, simbolo della contemplazione estetica nella quale l’uomo è libero dalle finalità della tecnica che Prometeo insegnava agli uomini, rendendoli padroni della natura ─ si concilia con il desiderio inconfessato dell’artista di rappresentare su tela una dichiarazione d’amore e di rispetto, perfino di profonda gratitudine, nei confronti di una natura considerata Madre-Terra e magistra vitae. Tutto ciò viene tradotto con i colori chiari, caldi e gioiosi, i colori dell’anima, che l’artista sprigiona dalla sua tavolozza e stende sulla tela con carattere sobrio e, nel contempo, deciso. Il bianco della luce, per esempio, esprime fino in fondo l’alta qualità della pennellata che in tutti i paesaggi dipinti risulta essere un incrocio tra un acquarello e un olio. L’artista, infatti, si è ben cimentata con i colori acrilici ottenendo l’effetto versatile della pittura ad olio e del gioco tra l’ombra e la luce; conquistando, altresì, la trasparenza e la luminosità degli acquarelli. 

La sacralità della natura in quanto Madre-Terra, Madre amorevole che nutre la vita di tutti i suoi figli, viene esplicitamente sviluppata da Clara Silvana Fiore nei lavori dedicati alla spiritualità cosmica. In quest’ottica, la tela diventa punto simbolico di congiunzione tra terra e cielo. In alcuni casi lo spettatore può avvertire la sensazione di trovarsi tra la dimensione terrestre e quella celeste. A ciò corrispondono i colori ‘caldi’ della terra e quelli dell’azzurro cielo. In quest’atmosfera olistica, la luce realizzata per creare spazio e produrre illuminazione appare anch’essa intrigante, perché spesso non è possibile rilevare immediatamente da dove provenga. 

La dimensione dell’amore è ancora più trasparente nelle opere figurative le quali possono meglio cogliere gli spunti autobiografici dell’artista. C’è da dire che i corpi sono dipinti in modo raffinato dal punto di vista dell’uso del pennello, della sensazione della forma e della loro palpabile sembianza visibile ed invisibile. Infatti, queste opere pongono molte più domande piuttosto che fornire risposte ed invitano a pensare alla donna non in termini di bellezza “strumentale”, ma di bellezza naturale. 

In questo habitus estetico l’arte di Clara Silvana Fiore può essere interpretata come luogo di convivenza simbolica tra la natura umanizzata, come sopra argomentato, e l’umanità naturalizzata.

Del resto, «seria è la vita, serena è l’arte». L’anelito alla serenità diventa così una dichiarazione d’amore all’arte estetica. In questa cornice, leggo l’arte di Clara Silvana Fiore come una dichiarazione d’amore all’umano, alla natura umanizzata, al sovraumano.

Dott. Antonio de Sensi
Docente di Estetica

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